Intenti e ricostruzioni editoriali

Inizia qui una nuova rubrica, un appuntamento informale con un personaggio che non necessita di presentazioni e con delle storie che, pur non avendone altrettanto bisogno, se le meritano lo stesso. Un articolo per volta, ripercorreremo gli archi narrativi che hanno caratterizzato – per il momento – una macro gestione contemporanea ed essenziale di Batman: il Batman di Grant Morrison. Per me è una rilettura di storie a cui sono affezionato e questi articoli sorgono ogni qualvolta chiudo un volume per cominciarne un altro. Proveremo a ributtarci nella mente di chi ha scritto le storie del pipistrello per anni, andando a ricostruirne i tratti essenziali. Gli spoiler ci saranno, ma ridotti al minimo indispensabile. Abbiamo introdotto il concetto del “Batman contemporaneo”, tuttavia stabilire quando si possa opportunamente parlare di un Batman passato e un Batman più attuale non è cosa da poco. Batman è un personaggio che ha conosciuto, prima di altri, storie mature. Negli stessi anni delle storie di Frank Miller, su altri personaggi avevamo approcci decisamente vetusti. Per comodità, e davvero solo per questo, proviamo ad utilizzare Batman Hush di Jeph Loeb e Jim Lee come utile marcatore temporale.

Questo perché innanzitutto è una storia del nuovo millennio (con Batman n 608, 2002) e con l’incredibile maturità dimostrata da Loeb con la trilogia del lungo Halloween nessuno si sognerebbe di affermare che Loeb, alla sceneggiatura, non possa caratterizzare il nostro Batman contemporaneo. E dunque perché non scegliere il lungo Halloween? Per tre ragioni: per prima cosa non è un racconto sviluppato sulla testata principale di Batman, ma è uscita in parallelo; per questa ragione ha potuto svilupparsi in un momento temporale assai diverso da ciò che stava accadendo a Batman in quegli anni (infatti il racconto di Loeb è ambientato nei primi anni della crociata di Bruce). Secondo punto: le matite del compianto Tim Sale sono squisitamente anni 90 – nelle miglior accezioni possibile – e, infine, perché ciò che segue il lungo Halloween appare, di tanto in tanto, come un regresso. Ciò che cerchiamo è un possibile punto di inizio e che dunque metta una prima pietra per un sentiero ben preciso. Con Hush abbiamo il portentoso lavoro di Jim Lee, autore anche lui molti anni 90 (vedasi Xmen, Wildcats) ma quanto fatto su Batman Hush  ha influenzato pesantemente lo stile grafico di Batman negli anni avvenire, inserendo un evidente punto zero. Pensate al lavoro di Andy Kubert, David Finch (che ridisegnerà il costume per Batman Inc, simpaticamente anticipando alcune scelte attuate da Jim Lee per i new 52), Clay Mann (il quale cita costantemente il famoso bacio disegnato in Hush) ma soprattutto Jason Fabok. Ed è proprio il lavoro di Lee su Hush che non mi ha fatto scegliere, che so, il ciclo di Ed Brubacker (si intende il lavoro sulla testata Batman, e non quanto di – meritevole – fatto su Detective comics o Gotham Central) come punto di inizio (siamo sempre nel duemila, precede immediatamente Loeb e Lee), poiché Scott Mcdaniel non ha lasciato quell’impronta che stiamo cercando, la stessa traccia che più facilmente riusciamo a ritagliare intorno alla figura di Jim Lee. Inoltre occorre una storia nota, un progetto che si distingua nei meandri della continuity (che vedremo essere centrale nel lavoro di Morrison). Le storie di Brubaker per la testata di Batman ( ma non ad esempio per detective comics o per Gotham central) non sono iconiche quanto lo sarà Hush (che lo meriti completamente o meno, lo vedremo un domani). Andando poi più indietro nel tempo troviamo il lavoro di Brian K. Vaughan (scartato per lo stesso motivo, dimostrando come non c’entri tanto la qualità dell’autore, indiscussa anche in questo caso, ma il lavoro specifico su Batman) e poi ci avviciniamo pericolosamente al cambio di millennio, a Terra di nessuno (complessa qui da maneggiare per ora, ma certamente pietra miliare del personaggio) e Knightfall (iper anni 90). Stabilito ciò, risulta chiaro che partire cronologicamente ( per il momento) con Hush è particolarmente comodo per i nostri intenti. fra Hush e il ciclo di Morrison abbiamo due sole gestioni “importanti” (ecco un altro vantaggio): quelle di Brian Azzarello e Judd Winnick [mi si perdoni l’omissione dei disegnatori, ma facendo ora un lavoro incentrato sugli sceneggiatori mi sembra più opportuno sottolineare l’attenzione su questo unico filo conduttore. Daremo a Cesare ciò che è di Cesare a tempo debito, ndr]. Entrambi avranno un articolo su questo blog con le loro opere, rispettivamente, Città spezzata e Under the red hood. in verità Winnick, prima di questo arco narrativo, ha scritto una storia in 5 numeri intitolata As the Crow Flies! ma la cui importanza rispetto al ritorno di Jason Todd è pressoché assente. Con la chiusura di Under the red Hood e 4 numeri scritti da James Robinson (una storia crossover con detective comics) eccoci al fatidico numero 655 (2006) con cui Grant Morrison e Andy Kubert iniziano il proprio viaggio nella bat caverna.

Il figlio del demone

Grant Morrison ci ha abituati alle complicazioni e una prima difficoltà sorge nel porre un argine a questo primo articolo. Formalmente il primo arco narrativo Batman and son è di soli tre numeri ma spesso viene accompagnato nelle riedizioni a volume dalle altre parti che qui prenderemo in esame: il racconto breve incentrato su Joker, lo schedario nero e il notissimo numero 666 di Batman. Le prime pagine di Batman 655 si aprono con un Bruce Wayne stanco, che ha appena ripulito Gotham e che necessita di una vacanza dalla vita notturna non sociale per averne un’altra di tipo sociale. I progetti del miliardario filantropo però trovano ostacolo nella lega degli assassini e un esercito di man-bat ninja. Fin qua tutto bene, il vero problema è la presenza di un presunto figlioletto a sua volta ninja assassino: Damian Wayne. Frutto di un primo lavoro di faticosa continuity intrapreso da Morrison e che vede un risvolto poco amoroso alle vicende dell’elseworld Nascita del demone (Mike W. Barr, Dennis O’Neil); dal non poco disfunzionale rapporto fra Bruce e Talia Al ghul, figlia della nota testa del demone, sorge la prole geneticamente perfetta e con aspirazioni importanti (vedasi sempre Batman 666).

Uno dei motivi principali per cui la run di Grant Morrison ha influenzato pesantemente il futuro di Batman ha a che vedere con l’introduzione di un nuovo Robin, così diverso dagli altri ma anche così vicino – per tante ragioni – alla natura più intima di Bruce.

per un dispiegamento completo di questa sinergia bisognerà attendere Tomasi e Glayson con il loro Batman & Robin (new 52), ma già nella prima apparizione di Damian si possono intuire le fondamenta di un rapporto complesso che va – necessariamente – levigato. In se stesso questo breve arco narrativo non pone molto altro di rilevante, lasciando ampio spazio all’arte di Kubert (molto vicino, è il caso di sottolinearlo, agli stilemi posti da Jim lee, vedasi sopra)  che si sbizzarrisce con un combattimento fra pipistrelli (Batman e Man-bat) all’interno di una mostra fumettistica, giocando fra narrazione e metanarrazione. Tuttavia, l’importanza di un momento mostrato nelle primissime fasi si farà evidente nelle altre parti che compongono questo arco narrativo sui generis: un colpo di pistola indirizzato a Joker e sparato da un poliziotto travestito da Batman. Una citazione al primissimo Batman(con pistola e pochi scrupoli) che non resta troppo a lungo una mera citazione. Le conseguenze di questo gesto le possiamo leggere nella parte prosaica di questo arco narrativo, dove Morrison – accompagnato dai disegni di John Van Fleet – ci proietta all’interno di una ambigua logica jokeriana. Possiamo assistere alla morte e alla rinascita di un ego distorto, in un racconto creepy e con qualche sfumatura noir. Misteri da risolvere, trasformazioni psicofisiche e ambienti distorti sono condensati in pochissime pagine che immediatamente ci ricordano come quel piccolo capolavoro di Arkham Asylum sia a propria volta un’opera di Grant Morrison (e dell’indimenticabile Dave Mckean). Joker ritorna e si trasforma come conseguenza di quel gesto assennato.

Un pipistrello, due pipistrelli, tre…

Un altro Batman, poco più di uno scherzo o presagio? Questa stessa domanda può esser figlia del racconto che Morrison ci offre sulla rinascita del Joker, dove l’immagine evocata di un funerale di un clown ci appare divertente e drammatico allo stesso tempo, unità di opposti di una logica non lineare che di per sé caratterizza, quantomeno per Grant Morrison, la psiche di Joker. In Batman e i tre spiriti, subito dopo la parte prosaica, assistiamo ad un secondo esercizio di continuity operato da Morrison e una seconda versione di Batman. Qui le cose si fanno decisamente più interessanti rispetto ai primissimi numeri. Con Batman 664, Morrison alza la posta, reintroducendo il black casebook (visto per la prima volta in detective comics 149 e di recente introdotto anche nel film The Batman). Tutto ciò di inspiegabile, e che farebbe dubitare della sanità mentale di Bruce stesso, finiscono qui dentro, in attesa di risposte a seguito di futuri studi. Qui, ci racconta Morrison, Batman scrisse dell’incontro dickensoniano con tre sue varianti oscure. Una prima con la pistola (eccolo qua!), un secondo in stile Bane (che fa la sua comparsa proprio in questi numeri e che ricorda a Bruce il trauma della schiena spezzata in Knightfall. Da notare che col numero 664 del 1993 di detective comics avevamo proprio a che fare col Bane di Knightfall! impressionante da parte di Morrison) e una versione ancor più oscura e demoniaca, artefice della fine di Gotham stessa tramite un patto demoniaco.

Tre varianti di Batman, tre what if che si sono palesati nella tortuosa continuity del pipistrello. Fun fact: lo schedario nero non è solo un elemento narrativo ma è anche un prodotto commercializzato da Dc comics (da noi edito Planeta). Una raccolta delle storie che hanno ispirato Batman Rip ( ne riparleremo), le cui avvisaglie sono già contenute qui. Le versioni alternative di Batman, che man mano si mostreranno, sono le protagoniste di queste storie. Una prima occorrenza l’abbiamo proprio in questo numero 664, dove leggiamo su di un muro sulllo sfondo “Zurr-en-arrh”, il quale cita proprio una di queste versioni parallele di Batman (Batman 113, 1956). Questo gioco metanarrativo sarà strutturale per questa prima parte della gestione di Morrison. Tuttavia, rimanendo fedeli alla nostra tabella di marcia, a questo punto della storia sappiamo ancora ben poco di tutto ciò e quello che incontriamo, continuando a leggere, sembra ostacolare pesantemente la chiarezza.

Number of the Beast

Per un numero così unico, Batman 666 non poteva essere una storia come le altre, e nella sua diversità, è la perfetta chiusura per questo arco narrativo. Lasciando tutto in sospeso, ma recuperando Damian come suo protagonista – e con qualche anno in più sulle spalle –  circolarmente si chiude questo arco narrativo (e come poi vedremo, non solo questo arco narrativo). Circolare è anche la premessa con cui si apre il numero. Damian assiste alla morte del padre e, proprio come Bruce, diventa Batman. Ciò cozza con la sua personalità, diversa da quella del suo predecessore e ben adatta al numero – e al contenuto demoniaco – del capitolo. Andy Kubert è il piacevole elemento di continuità, che ha dato sostanza a questi primi passi compiuti di una gestione ricca di sorprese. Il testimone lasciato da Jim Lee è evidente ed è innegabile e, aiutati dall’ottima sceneggiatura, la vicinanza con una nuova generazione di lettori è garantita. La stessa generazione che, come vedremo, trova piena sostanza nella gestione di Scott Snyder e Greg Capullo – che non a caso segue immediatamente la gestione che stiamo trattando. Bisogna poi aggiungere (e anticipare) che il Batman spezzato, dolorante, incapace di passar sopra ai propri traumi – eredità milleriana di pura modernità – sia ben evidente già in questa primissima tappa del nostro percorso e, come vedremo, sarà la la chiave di volta di Final Crisis. Quello iniziato è un percorso ricco di eventi e sorprese, come se un figlio per Batman non fosse già più che sufficiente.


Zeno

Laureato in filosofia, maestro d'ascia e immenso mentitore. Passa le sue giornate ad acquistare fumetti che forse un giorno leggerà e mai recensirà. Fra le altre cose è degno di sollevare mjolnir, ha un anello delle lanterne verdi nel cassetto ed è il cugino di Hegel.