È passato tanto tempo da quando ho pubblicato il primo goffo articolo su questa piattaforma, cinque anni. Mondo Sequenziale nel frattempo ha provato ad essere tante cose, si è allargato, si è contratto, è giunto quasi alla morte in un paio di occasioni, ma siamo sempre tornati.

È perché siamo forti? Abbiamo superato difficoltà e cambi di rotta, malware e disastri autoprodotti, siamo forse diventati lupi, leoni, o qualche altro animale totemico dalla metafora facile? Niente di tutto questo.

Siamo sempre tornati perché non ce ne fregava niente.

Tra tutte le variazioni, mondosequenziale siamo io e l’uncanny Zeno, e questo spazio non è altro che un angolo in cui poter mettere in ordine i nostri pensieri. Abbiamo provato ad essere un giornale del fumetto, una pagina di intrattenimento, abbiamo provato a shitpostare e a fare cultura. Non ritengo un fallimento nessuna di queste cose, ma ognuna era semplicemente di passaggio. In mezzo al rumore, mondosequenziale non ha mai smesso di essere soprattutto un blog personale. Che parla di fumetti, certo, ma a modo nostro e quando e come ci pare.

E questo è il centesimo articolo. 100, potete controllare. Un bel traguardo per quanto mi riguarda.

Non è un articolo commemorativo, però. Ci tenevamo solo a non farlo passare inosservato, a ricordarci questo risultato e a fare il punto di cosa siamo dopo tutto quello che saremmo potuti essere. L’articolo poi parla di altro.

L’uomo delle promesse

Sin City, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Ronin, 300, Daredevil. Idee su idee, cambi di prospettiva radicali, crossmedialità, fusion. Tantissimi inizi tirati avanti per troppo fino a indegne conclusioni. Frank Miller è l’uomo delle grandi promesse, e se non ero cascato nella tentazione della sua Razza Suprema o nei meandri della sua Atene, ho creduto a Elektra.

Raffaello e Michelangelo contro SPD Ranger Blu.

Il personaggio di Elektra è un personaggio che ho sentito varie volte citare in contesti di ‘critica fumettistica’ di solito con opinioni molto positive, per questo mi ha sempre molto incuriosito nonostante la tutina da tartaruga ninja sexy (o forse anche per quella). L’estetica da femme fatale—di certo non originale e su cui Miller stesso ritornerà altre volte—si tinge ancora, nella prima apparizione ottantuniana, di fotoromanzi. I rimandi a un oriente mitico fatto di arti marziali e misticismo invadono già con alcuni anni di anticipo sulla concorrenza la narrazione, e in mezzo a queste tendenze si tratteggia da subito un personaggio sì travolgente, ma che non dispone purtroppo della maturità delle successive creazioni milleriane, e non si distacca a sufficienza dagli stereotipi di quegli anni: c’è fin troppa continuità tra Natasha Romanoff e Elektra Natchios mentre si alternano sulle pagine di Daredevil e nel cuore di Matt Murdock con poco più che un cambio di colori. Certo, intorno a Elektra aleggia una nuova aura di mistero, la sua letalità è inspiegabile, i retroscena oscuri, i suoi pensieri non ci vengono spiattellati come quelli della Vedova, e poi ancora, questo magico oriente fatto di poteri psichici e ninja di fumo rapisce il lettore in una maniera che la ormai affermata Vedova non poteva replicare. Sono tutte però innovazioni dell’impalcatura narrativa, non della caratterizzazione umana di Elektra.

Haden Blackman in Bloodlines si rende conto del problema, ma la sua soluzione alla fine sembra non essere altro che l’ennesimo “Someone’s”.

Poi Elektra muore. Elektra viene liberata dal male. Elektra risorge. In tutto questo, non è mai soggetto. Sono Bullseye, Devil, Fisk, persino Stick e la Mano, i soggetti della storia, non Elektra. E anche quando farà ritorno, non è di nuovo responsabile pressoché di nulla, è uno strumento. D’amore, di morte, alla fine che importa. Anzi, questa dualità quasi a suo modo eccita, la rende solo un giocattolo più perfetto.

Ma non voglio soffermarmi troppo né sulla sua prima apparizione né sul suo ritorno. Beh, tanto per cominciare era l’inizio degli anni ’80 e certe cose non mi aspetto che fossero fatte in modo diverso anche a provarci. La verità, però, è che Miller voleva intenzionalmente che Elektra fosse uno strumento, e non in maniera maligna, ma per pura esigenza di narrazione. Introdusse il personaggio per mandare Devil in una certa direzione, lo abbozzò perché non era rilevante tanto quanto l’effetto del suo passaggio nella vita del protagonista, e poi la uccise. Riconobbe, stavolta, per tempo i limiti di ciò che faceva. Frank Miller non è responsabile poi del suo ritorno in scena, sulle pagine di quella stessa serie poco più tardi, e anzi era contrario a che la sua creatura fosse resuscitata.

Così la prima apparizione di questo personaggio tanto decantato mi lascia un sapore dolceamaro. Alcuni bei momenti, ottime prospettive, qualche scivolone tipico degli anni e un Devil decisamente meno pio di quel che mi aspettassi (Murdock, ma non eri un bravo cristiano?). Sono passati più di quarant’anni, penso, qualcuno avrà fatto di meglio nel frattempo. Confesso di non aver ancora letto tutto (anche perché di materiale ce n’è tanto tanto), ma una rassegna generale e una lettura più attenta di quello che sembrava spiccare (nel bene o nel male) mi ha deluso.

Attrice di telenovelas

L’impressione è che negli anni il personaggio abbia continuato ad essere, nonostante il successo e le presenze sempre più frequenti, solo un elemento di sfondo, un motore narrativo nel migliore dei casi e un cumulo di cliché nei suoi giorni peggiori. Le sue apparizioni non si limitano alla testata di Daredevil, dove alla fine un ruolo del genere sarebbe pure naturale, ma più volte sono stati fatti tentativi di dedicarle storie che potessero emanciparla dal diavolo rosso. Alcune più notevoli di altre, spesso interessantissime almeno dal punto di vista artistico (è il caso per esempio di Elektra and Wolverine: The Redeemer, con le illustrazioni di Yoshitaka Amano), non dico che tutto sia da buttare. Resta sempre però un senso di incompiuto, una mancanza di personalità in fondo e temi.

Da Elektra and Wolverine: The Redeemer

Le hanno tirato addosso violenze di ogni sorta, appiccicato traumi, poi cancellati e riscritti, l’hanno uccisa non una ma due volte, l’hanno resa protagonista solo del suo tormento.

Dolore. Ecco l’unico tema che ritorna costantemente.

Disperazione. Non fanno eccezione le sue storie più notevoli, Bloodlines per esempio (e di nuovo giudizi positivi, un artista interessantissimo―quel Mike del Mundo che illustrerà il ritorno di Thor dopo l’era Jane Foster).

Una donna fatta a pezzi, di cui non dovrebbe essere rimasto nulla, eppure non spreca occasione per rivestire i panni dell’amante perfetta, dell’amore proibito, ogni volta che Devil ha bisogno che torni nella sua vita.

Non fraintendiamoci, di supereroi forgiati dal dolore siamo pieni, non sto contestando il topos. Ma Batman, Flash, Iron Man, o che so io, non sono tali per quello che hanno subito, ma per come hanno reagito al dolore. La storia di Batman non è la storia di un bambino cui hanno ammazzato i genitori, è la storia di un bambino che c’è rimasto talmente sotto da dedicare la sua intera vita a spezzare le ossa a chiunque potesse vagamente somigliare all’uomo che ha premuto il grilletto. È la storia di un trauma mai guarito e dei sofisticatissimi meccanismi di coping messi in atto da un bambino che non diventerà mai del tutto adulto. Elektra invece è una predestinata, fa l’assassina quasi controvoglia, sembra che le scappi di ammazzare la gente come a me scapperebbe uno starnuto. E intanto si piange addosso. Cosa è andato storto?

All New, More of the Same

Adi Granov è l’ennesimo pezzo da novanta a darci la sua interpretazione del personaggio.

All New, All Different fu forse la festa delle occasioni sprecate. E dei tentativi di inclusione messi così così. Se da una parte autori come Jason Aaron si dimostrarono capaci di trattare un personaggio femminile pur senza particolari cure a tematiche di genere o aggiunte al discorso (che è un approccio più che onesto, eh), dall’altra i tentativi di storie dai toni più ‘inclusivi’ o per meglio dire falsamente teen, falsamente femministe, falsamente queer, si sprecano. Ricordo i goffi tentativi su Scarlet Witch e qualche elemento di teen drama discutibile sui New Avengers per esempio. Non fa eccezione Elektra, che riesce a beccarsi una miniserie tutta sua e tutta mediocre per prepararci al suo ennesimo ritorno tra le pagine di Daredevil.

Non so dire esattamente a cosa puntasse, e cosa di preciso sia successo tra il ritorno di lei a Hell’s Kitchen e Woman Without Fear. C’è qualcosa di sicuramente più interessante negli eventi dell’ultima run di Zdarsky e Checchetto, cui siamo giunti a questo punto del discorso, ma Elektra mantiene fino alla fine lo stesso spessore di un personaggio di Dragon Ball e ha anche il potenziale sprecato in termini di pura azione di un Gohan o un Goten, non è manco di quelli che picchiano forte e sono divertenti da guardare. Anche in questa nuova apparizione (Woman Without Fear, Devil’s Reign, e ora il restart di Daredevil) sembra che, nonostante i piani per salvare il mondo e la sua vendetta, ella viva in funzione di Matt Murdock, e non intendo in qualità di personaggio secondario, proprio nella finzione narrativa. Il che fa della sua una intensa storia d’amore se vogliamo (tossichella, eh), ma una pessima storia. Perché semplicemente non bastano l’amore e un addestramento da ninja per tenere in piedi un personaggio per oltre quarant’anni di pubblicazioni.

Manco fosse L’amore ai tempi del colera. Pure Marquez fino alla fine deve inventarsi qualcos’altro per il suo protagonista oltre a farlo rimanere innamorato cinquantatré anni.

Variant cover di Marco Mastrazzo

L’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita

Ci sono mille ragioni possibili per cui Elektra è quello che è, e certamente non voglio giocare a immaginarmi una versione del personaggio all’altezza di tutte le attenzioni che ha ricevuto. Una ragione importante è sicuramente lo spirito con cui il personaggio nasce, un mistero e una tentazione, in una storia che come ho già detto non richiedeva nessun comprimario ma solo un espediente narrativo. Ma sapete qual è una storia che alla fine porta in scena lo stesso personaggio, con circa lo stesso approfondimento, da una prospettiva estremamente simile, eppure funziona? Kill Bill.

Leonardo in una rara apparizione alla fiera del fumetto in cosplay di Bruce Lee.

La Sposa ed Elektra presentano varie similitudini superficiali, ma quello che mi interessa adesso non è nemmeno tanto il fatto che siano due gnocche con un’arma asiatica addestrate ad uccidere da qualche vecchio maestro di arti marziali (perché sì, è un grosso elemento della questione anche quello). Entrambi i personaggi sono fondamentalmente tenuti in piedi solo dal proprio dolore, eppure Kill Bill è anni luce avanti a qualsiasi apparizione di Elektra Natchios nei fumetti Marvel.

Certo, Kill Bill è un film iconico per tante ragioni, non si regge tutto su Beatrix, quindi il paragone è in parte ingiusto, ma se facciamo il punto sui due personaggi possiamo comunque vedere delle differenze molto importanti. Prima di tutto la contrazione delle dinamiche Mano/Murdock in un unico personaggio fanno sì che Tarantino possa affrontare la tematica dell’amore fatale in modo molto più maturo rispetto alla controparte marvelliana. Matt non è il buono nella storia di Elektra, non più di quanto possa esserlo Bill per Beatrix, ma è il buono della propria storia, e questo ci depista. Ma poi la Sposa ha un movente.

All’inizio di Parte Uno, la Sposa è vittima, impotente, ma dopo non se ne sta lì come un burattino ad aspettare il corso degli eventi. E non sto parlando, attenzione, del fatto che reagisca, fisicamente, alle aggressioni subite. Avrebbe potuto non essere una storia di vendetta ed essere una storia sull’elaborazione della violenza. Avrebbe potuto non riuscire a vendicarsi dell’infermiere, o a liberarsi da una bara, e raccontarci l’impotenza. Il punto è la maniera in cui, psicologicamente, viva ed elabori la sua esperienza. La Sposa è il soggetto della sua storia anche quando non ha controllo di ciò che le accade. Elektra non lo è nemmeno quando uccide qualcuno. È del tutto contingente il fatto che Black Mamba possa permettersi di portare a termine la propria vendetta, quello che conta è che ci abbia almeno pensato, che lo abbia desiderato. Elektra ha mai voluto qualcosa oltre a Matt Murdock?

Forse la fine della Mano. Un passo alla volta, Elektra, un passo alla volta…

Elektra, Assassin

A dire il vero c’è un’eccezione a questo discorso, una storia scritta dallo stesso Frank Miller prima di Kill Bill, prima di Bloodlines e molto prima di Woman Without Fear. È Elektra: Assassin, illustrata da Bill Siekiewicz.

Perché non ne ho parlato prima? Perché non c’entra niente.

E non sto dicendo che non rientra nel mio discorso, ha un posto preciso nel discorso che è appunto questo. Sto dicendo che non c’entra niente con la Marvel e, fino alla fine, con Elektra stessa. Non la pubblicò Marvel questa novel, sulla copertina c’era scritto Epic Comics. Non è nel catalogo Marvel Unlimited. Non è in continuity, e non rispetta nulla del personaggio così come narrato al suo debutto.

Elektra: Assassin è Frank Miller che porta all’esagerazione tutta la sua poetica, che butta nel calderone tutti gli elementi che lo rendono Frank Miller e li distorce fino a renderli irriconoscibili, quasi una parodia del suo stesso lavoro. Ed è una storia di politica, di metanarrativa, di iperviolenza. In questa storia, nuovamente, Elektra è un pretesto. Miller sta al gioco di tirarle addosso tutto quello che riesce: morte, traumi, stupri, tortura. Sembra quasi una profezia di quello che sarebbe successo, e letta oggi questa storia pare dire: “Se è questo che avete fatto della mia creazione, perché fermarci sulla soglia dell’accettabilità? Era questo che volevate, no? Un feticcio per il vostro sadismo, ed eccola a voi, in tutta la sua magnificenza. Eccovi i ninja, eccovi i cyborg, eccovi gli anni ’80, eccovi la vostra maturità e i vostri fumetti adulti. Eccovi Watchmen.”

Bill Sienkiewicz, tutte e due le mani sul tavolo, per favore!

Non ho citato questa storia prima perché si merita un discorso a parte. Sappiate solo che no, non è una declinazione di Elektra migliore di Kill Bill, e intendo di quella Elektra che comparve per la prima volta su Daredevil 168 nel 1981. È un’altra cosa.

Termino la mia chiacchierata qui, nonostante alcune assenze ancora importanti. Elektra vive ancora, dello stesso Miller, e l’ultima antologia dedicatale nella serie Black, White & Blood, tra le altre apparizioni celebri. Piccoli punti di luce, certo anche questi, per ragioni diverse gli une dagli altri. Servirebbero ancora molte righe, e chissà che non saranno scritte, magari in una redenzione a modo mio, se il mio giudizio, concentrandomi stavolta su altre storie, dovesse cambiare.

I’ve been especially bad. Ouch.

MrPrep

Aspirante studente e pigro dalla nascita, appassionato di storie in ogni forma e di sentenze sensazionalistiche poco argomentate. Per altri dettagli vi rimando all'autobiografia che non scriverò mai dal titolo provvisorio di 'Indecisi' - 'Mainstream' era già preso.