Inutile girarci intorno, Joker è uscito da una settimana ed ha risvegliato i nobili animi di chiunque avesse in attivo, o sotto una cortina di polvere, un qualsivoglia blog. Articoli dedicati ad un’analisi sociopolitica, alla schizofrenia, alla somiglianza sul piano patologico di Batman e Joker, a taxi driver, al ritorno del cinema intimista, fanno compagnia a due granitiche fazioni: i decostruzionisti del “non capite un cazzo di cinema, vi ripropongono la versione tarocca di taxi driver e gridate al miracolo” e gli intenditori dal pugno di ferro, ovvero quelli del “non capite un cazzo se dite che è brutto, siete abituati ai filmetti disney”. Insomma, una cosa è sicura: qui nessuno capisce mai un cazzo di niente. Dunque conscio del fatto che vi basterebbe digitare una “j” sul vostro motore di ricerca per catapultarvi in una miriade di analisi e teorie sul film, qui non voglio tanto parlarvi del film in sé o di quanto prenda da The Killing Joke, vorrei concentrarmi piuttosto su un tema e vedere dove arrivo [arriverò a The killing Joke, Ndr]. La sensazione, che forse in tanti abbiamo provato prima dell’uscita del film, era quella di un’opera che sì portava dietro il nome del più famoso villain di Gotham, probabilmente era ambientata nella suddetta città, ma che alla fine – entrambi i riferimenti fumettistici – sembravano accessori. Lui poteva chiamarsi “nei pantaloni”, la città “Chicago” ed era uguale. I trailer, poi, non facevano che confermarmi l’idea che il contesto fosse pretestuoso, accessorio. La storia di un pazzo, o presunto tale, che si fa chiamare Joker. Alla fine della proiezione, però, ho capito che era proprio questa la forza del film, ma non fraintendetemi: l’opera è ben connessa a Gotham, anche se in modo sottile e più sul piano teorico che su pellicola.

Il potere delle idee

Sempre il Me del passato credeva, debitore forse di Ledger o di Moore, che un film sulle origini del Joker non fosse qualcosa di possibile. Per me Joker era, e resta, innanzitutto un’idea. Non si diventa Joker, semmai lo si è. Perché l’idea non sorge per generazione, cioè un pezzo per volta: è atemporale (vi rimando a Platone in bibliografia). Un processo che porti a Joker non mi quadrava fino in fondo: o non lo sei o lo sei, nessuna transizione. Qualcuno a questo punto mi dirà:

– Giusto, però Joker resta comunque un individuo. Può essere strano quanto vuole, ma insomma in un qualche modo è diventat..

-NO, JOKER NON SI DIVENTA!

-Sì scusa… ma insomma in un qualche modo un individuo precedente al futuro Joker si è annullato per poi essere sostituito con Joker. Nella trilogia di Nolan, per intenderci, il pagliaccione racconta tante storielle sulla cicatrice, magari tutte false, ma fra le infinite possibilità, alla fine in un modo se la sarà fatta. Avrà avuto un suo passato.

Questi due individui mi ricordano una vecchia conversazione avuta con Mr Prep, se non fosse che entrambi rappresentavano me e Mr Prep proponeva un’altra cosa. Io ero dell’idea, appunto, che quel precedente individuo, poi sfumato in favore del Joker, avesse comunque una vita biografica; mentre Mr Prep sosteneva che era più interessante il contrario, una sorta di artificio narrativo ipostatizzato. Senza passato, un “sempre stato“. Qualcosa di impossibile nella realtà ma sensata nel mondo della narrazione. Il problema delle origini del Joker già interrogava le nostre povere menti, e mi piace pensare che il film appena uscito sia una risposta più che degna al problema. Questo perché, contrariamente alle aspettative, non è fino in fondo un film sulle origini. Questo per più motivi: non conosciamo realmente il passato di questo individuo, non conosciamo le sue origini biologiche, e per tutto il film, ti vengono dubbi su cosa sia reale e cosa non lo sia. Fa le tante teorie in rete, infatti, ve n’è una che proietterebbe tutto il contenuto del film nella mente di Arthur. Vera o no, quel che sicuramente conta, anche ai fini del mio discorso, è che il protagonista abbia allucinazioni; che sia tutto il film o solo parti di esso, poco importa. D’altronde, chi ha potuto supporre che tutto il film fosse finzione, lo ha potuto fare suggerito proprio dalle visioni accertate in alcune parti del film stesso. Tutto è sfumato, nulla è netto. Esattamente come dovrebbe essere un film del genere.

Una brutta giornata

Una brutta giornata è tutto ciò che serve per irretire il migliore di noi. Una sottile e disturbante connessione di eventi che portano al tracollo più oscuro. Una brutta giornata è quella di Bruce Wayne (che troppe volte abbiamo visto), altrettanto brutta è quella del Joker in The killing Joke e, ovviamente, brutta è anche quella avuta dal nostro Arthur; il quale evidentemente cita la celebre opera di Moore. Obiettivamente, però, resta tale. Una citazione. Non si può dire che vi sia stato un Arthur propriamente sano, né a inizio film né, a quanto pare, a inizio vita. Un elemento però importante per il discorso che maldestramente stiamo portando avanti poiché elimina a priori il problema dell’origine e del relativo percorso, ponendosi come un “sempre stato” proprio come suggeriva il nostro Prep. Certo, viene meno la riflessione di Moore sull’accidentalità e la banalità del male (non tanto per citare la Arendt, ma insomma se chiunque può diventare malvagio allora è comune, e per definizione, banale) ma sarebbe anche ingiusto sostenere che The killing joke nel film di Todd Phillips si perda in un vuoto citazionismo giacché, al contrario, si pone come suo contrario (gioco voluto).

Il rovesciamento

Se non avete visto il film fermatevi qui dato che da ora in poi l’articolo conterrà SPOILER. Avvertimenti fatti, caffè preso, passiamo alle cose davvero belle. Come ho detto The killing joke a prima vista ha a poco a che fare con il film da cui, almeno per essenza, ne sarebbe tratto. Non abbiamo infatti a che fare con un uomo disperato che da poco ha lasciato il suo posto alle industrie chimiche per dedicarsi (con scarsi profitti) al cabaret e con l’incombenza di mantenere una moglie gravida. Al cinema abbiamo conosciuto un meno realizzato Arthur Fleck; nel settore dell’intrattenimento probabilmente da sempre ma con risultati, se è possibile, ancor più scarsi della controparte fumettistica. Lo status sociale è a sua volta più immaturo, riassumendosi in un rapporto morboso con la madre (e il televisore) e in constante ricerca di una figura paterna, spesso coincidente con il ruolo ricoperto da Robert De Niro (il quale sembra doppiamente legato alla genesi del film: non solo con Taxi Driver ma soprattutto con The king of Comedy).

Il Joker di The Killing Joke, in pochi attimi, perde tutto; fagocitato dal peggiore essere mai narrato: Gotham City. Un’origine netta quella presente in The Killing Joke, ma solo apparentemente. Infatti sul finale abbiamo la storica frase:


«Se proprio devo avere un passato, preferisco avere più opzioni possibili»


Dimostrando, ancor una volta, l’acume del buon Alan Moore, che in tempi non sospetti, già aveva compreso la vera essenza del personaggio “non generato”. Mentre la sottile e maligna rete di eventi è subita dal Joker fumettistico, è invece innescata– accidentalmente- dal Joker cinematografico. Qui vi si presenta un primo rovesciamento: questa assoluta accidentalità che ha spinto, passivamente, un individuo alla follia nella graphic novel, si tramuta in azione al cinema. È del tutto accidentale che Arthur si ritrovi una pistola in mano, altrettanto che abbia ucciso per autodifesa persone influenti (è proprio lui a sostenere che se avesse ucciso un povero stronzo come lui tutto sarebbe ricaduto nella solita immutabilità), accidentale è ancora la sua comparsa in televisione, e soprattutto, è accidentale il fatto che sia diventato un simbolo per qualcuno. Incontestabilmente vero ma incontestabilmente attivo. Un altro rovesciamento vi è proprio nei confronti di colei che ho definito peggior essere mai narrato: Gotham city. Per buona parte del film, se non vi dicessero che la città in cui si svolgono gli eventi sia Gotham, voi nemmeno ve ne rendereste conto. Non è gotica e non è poi così oscura come ce la ricordavamo. Più realistica forse, ma anche meno identificabile, più comune, più banale (visto?). Questo perché, è il caso di dire, questo mostro fagocitante ancora non è nato. È forse Arthur a produrla, o è quantomeno un modo di vederla. Il simbolo postosi, la rivalsa, le lotti di classe, il catartico – e infantile – odio manifestatosi negli atti violenti di una scimmia in preda alla furia. Proteste, scorribande, saccheggi, vetrine rotte, autobus incendiati. Una cattiveria gratuita e primitiva, volgare e banale (sì ora ne abuso). Come dite? Sì, è Gotham sputata. MA COME CI SIAMO ARRIVATI? Beh in modo accidentale. Se nei fumetti è Gotham a creare Joker (per mediazione fondamentale delle proprie industrie chimiche e della criminalità organizzata), qui è il contrario. Dulcius in fundo, vediamo il rovesciamento più clamoroso e determinante – il quale ha dato anche il nome al mio articolo – riguardante la nascita del pipistrello di Gotham.

Nei flashback di The Killing Joke, perché va ricordato che è un’opera fra presente e passato, Batman ha un ruolo molto marginale e accidentale, ma nondimeno, fondamentale. Inavvertitamente, infatti, spinge Cappuccio Rosso (alter-ego del quasi Joker) nelle iconiche vasche chimiche che poi produrranno i caratteristici colori del Joker. Ormai è fatta, il vecchio individuo è morto e sorge Joker. Batman produce Joker, o meglio, vi contribuisce. Al cinema non abbiamo solamente un rovesciamento per il quale è Joker a contribuire alla nascita di Batman, ma ancor meglio, nascono nella stessa notte. Nella notte del suo tanto agognato pubblico, del suo sorriso di sangue stampato sul volto, nella stessa notte della morte dei coniugi Wayne per mano di un suo emulatore. Nasce un’icona e nasce una città; e nasce, come è ovvio, la necessità di combatterla, e dunque, Batman. Una guerra, ancor prima che fra mascherati, fra idee. Gotham, Joker e Batman: tre idee indissolubilmente legate e massimamente esaltate in questo film. Todd Phillips mi risolve brillantemente un paradosso determinante: se vi è a Gotham una criminalità tale da poter morire in ogni vicolo, perché andarci in questo dannato vicolo DI NOTTE? e se ci vado, allora non è vero che vi è una criminalità tale da poter morire in ogni angolo. Insomma, chi meglio di Thoma Wayne dovrebbe conoscere i pericoli di una città simile? E il regista ci risponde dicendo: “e se la città non fosse ancora così? e se fossero obbligati ad andare nel vicolo?”.

Le iterazioni delle idee

Ciò che, per un filosofo come Derrida, caratterizza un’idea è proprio la possibilità che essa si ripeta indefinite volte. Per Platone, inoltre, ciò che è profondamente reale è proprio l’idea, ed essa funge da modello di una realtà visibile tanto variabile quanto molteplice. Un altro tizio come Tommaso D’aquino, per rendervi la tesi facilmente intellegibile, era solito fare l’esempio del bianco e della bianchezza. Una sola idea di bianco ma tanti gradi dello stesso colore e altrettanti corpi “bianchi”. Insomma, l’idea si caratterizza in filosofia come un qualcosa che è legato all’unità e alla molteplicità, un’assenza di temporalità (pensata al valore perpetuo delle formule matematiche) e a una universalità (sempre la matematica), e dunque, non una individualità. Questo ha permesso a Nolan di dire che chiunque può essere Batman, e dunque chiunque può essere Joker? Ma ponendo la domanda in modo diverso: Arthur Fleck è davvero Joker? Pensateci: non è un nome che si è scelto, nulla di quella protesta lo riguardava intenzionalmente (sostenendo anche la sua estraneità a questioni di politica) e non ce lo vedi proprio nel ruolo del macchinatore e criminale geniale qual è Joker. E se lui, e tutto il movimento da lui generato, avessero solo ispirato il futuro Joker? Magari ripescando quel povero cristo di Jared Leto?

Joker è un’idea, non un individuo. E se vi sembra strano, venitemi a dire se ciò che immaginate essere Joker sia fino in fondo, in senso stretto, un individuo. Ce lo vedete ad avere dei sogni, speranze, pensieri quotidiani, e in generale, capace concretamente di una quotidianità? Per voi è un qualcuno di disturbato che ad un certo punto compare e fa cose, ma poi sparisce per ritornare ancora. Non è dissimile da una qualsiasi figura per un bambino ancora incapace di comprendere il concetto di continuità e identità. Joker è misterioso, e il suo mistero è strutturante. Per Mr Prep al punto da renderlo inconoscibile nella maniera più assoluta: perché una risposta, in fin dei conti, proprio non esiste. Non è, non fa. Non ha passato e non ha quotidianità, insomma non ha continuità. Compare e scompare. Ultimamente, in casa Dc comics, forse vogliono far chiarezza volendoci svelare il mistero dei tre Jokers (ne riparleremo, promesso), ma in verità, tutta questa iniziativa editoriale, non fa che corroborare la tesi secondo cui Joker è un’idea, e dunque, ripetibile.

Il film si lascia interpretare in molteplici modi, mostrandosi ricco di citazioni cinematografiche e fumettistiche, con un notevolissimo Joaquin Phoenix a rubare l’attenzione, ma non è manchevole di una raffinata riflessione su ciò che innanzitutto questi personaggi sono: idee, archetipi; stabilendo un’elaborata e coerente struttura teorica dove farle scorrazzare liberamente, con una dolce nota poetica che sul finale vuole porre – ironicamente – fin dall’inizio: la nascita di un pipistrello e del suo pagliaccio, mai uno senza l’altro.


“la mia tesi è… che sono impazzito. Quando ho visto quale terribile, amara barzelletta sia il mondo, sono diventato matto come un cavallo!” 

Joker, The killing joke

Zeno

Laureato in filosofia, maestro d'ascia e immenso mentitore. Passa le sue giornate ad acquistare fumetti che forse un giorno leggerà e mai recensirà. Fra le altre cose è degno di sollevare mjolnir, ha un anello delle lanterne verdi nel cassetto ed è il cugino di Hegel.