Se voi, eterni bambini, avete cliccato su questo articolo pensando a una dolce evasione sull’Isola che non c’è, preparatevi a rimanere molto delusi. Ma già che ci siete perché non rispondete a una domanda: vorreste davvero andare sull’Isola che non c’è? Se la risposta è affermativa allora ditemi: sapete qual è il prezzo della vostra spensieratezza? Oggi, introducendovi a quel capolavoro della nona arte che è il Peter Pan di Régis Loisel, voglio dimostrarvi quanto la leggerezza con la quale avete risposto “Sì” alla prima domanda sia pericolosa per voi e per la società in generale. Ma prima di cominciare vi avviso che nell’articolo saranno presenti spoiler pesanti, quindi se non avete ancora letto il fumetto correte a recuperarlo.

Le origini del giovane Peter vengono poste dall’autore all’interno di una classica cornice di ispirazione Dickensiana: un sobborgo londinese dell’era Vittoriana, pieno di tutta la povertà, la corruzione e la decadenza morale che la caratterizza. Tutto questo ovviamente prima che Campanellino (o Trilli se preferite) lo conduca all’Isola che non c’è affinché compia il suo destino.

Ciò che Loisel ci mostra nella società londinese è una generale voglia di evasione: ogni personaggio sembra cercare di fuggire dalla realtà. Peter raccontando frottole iperboliche ai suoi amici orfani (frottole che probabilmente vuole raccontare anche a se stesso), gli orfani che cercano tramite le storie di Peter di fuggire dalla realtà triste in cui si trovano, la madre di Peter che cerca la distrazione nel fondo della bottiglia, il padre di Peter, fuggito prima che nascesse perché spaventato dalla prospettiva della paternità. Insomma, questa è la Londra specchio della società moderna, pregna fino al midollo di infantilismo, una società di gente che non vuole assumersi le responsabilità e le colpe.

Allo stesso modo potremmo dire che l’Isola che non c’è è un riflesso della Londra appena descritta, ma dove il desiderio di evasione e non-crescita (tema fondamentale di questo fumetto) non solo è esplicitato, ma addirittura fisiologico. A cosa porta un mondo che per propria natura spinge alla non-crescita? Per rispondere a questa domanda dobbiamo capire cos è la crescita. Beh, in sintesi è l’esperienza, è l’essere arrivati a una comprensione maggiore (ma mai totale) della vita. La crescita è il ricordare cosa è stato e l’imparare da questa esperienza, in parole povere, la memoria.

La memoria è indiscutibilmente una cosa importante per noi che leggiamo questa storia da adulti (e se non lo è allora mi dispiace ma siete già perduti) ma nell’Isola che non c’è la memoria è pericolosa. La memoria è una catena. Una catena di ricordi che ci lega a chi ci vive intorno, la famiglia, gli amici, tutto il nostro piccolo mondo, ma appunto una catena, e le catene implicano una responsabilità o una colpa. Indi per cui dove c’è memoria non può esserci eterna spensieratezza. È per questo che nell’Isola che non c’è essa non si sedimenta, è volatile e ci porta a dimenticare tutto ciò che non è in vista. Quando la piccola Rose muore mangiata dal coccodrillo tutti se la dimenticano, perché i ricordi minacciano la loro serenità, solo il fratello Pennino non riesce a dimenticala ed è per questo che verrà riportato a Londra dove verrà internato in un ospedale psichiatrico perché il ricordo della morte della sorella gli conturba la mente.

Pennino è virtualmente l’unico “adulto” di tutta l’opera. Lui è aggrappato a una memoria dolorosa, ma importante e non vuole lasciarla andare. Ma una persona che non rinuncia alla memoria non potrà trovare un posto né a Londra né nell’Isola che non c’è.


Halflie

Studente di fumetto con il vizio dell'università. Bugiardo occasionale e accanito scrittore e sceneggiatore di storie che non pubblicherà mai. Parla fluentemente italiano e inglese. Parla anche un po' di francese, ma soltanto per lanciare insulti a mezza bocca.